Nelle prime tre edizioni veniva variamente declinato il tema della memoria, non intesa come ritorno al passato, ma come presenza viva nella contemporaneità e spinta verso il futuro. Nel 2006, REC giunge alla quarta edizione e apre un nuovo ciclo tematico dedicato al tempo: il tempo come materiale da forgiare (non diversamente dal suono, o dall'immagine), il tempo come "spazio" e limite dell'esistenza.
Il tempo, come che lo si intenda, non basta mai, e questo produce un effetto ambiguo sulla realtà. Da una parte ci rende difficile afferare le trasformazioni, decifrare i processi di cambiamento; dall'altra li rende possibili. Il tempo nasconde ciò che genera.
Nell'orizzonte contemporaneo le discipline artistiche definite sembrano non bastare più a se stesse. La musica cerca risonanze nel visivo, le arti compongono il suono come un complemento irrinunciabile della visione; il parlato entra sempre più spesso nei luoghi del canto, e viceversa. La danza compone partiture, la musica si muove nello spazio, la canzone racconta, la poesia canta, lo spettacolo si fa opera d'arte (installazione) e viceversa. La presunta freddezza della tecnologia si mostra sempre più propensa a entrare nell'esistenza e a esprimerne emozionalmente stato, problemi, prospettive. Lo stato della contemporaneità trova in una composizione di linguaggi costantemente ripensata, la più efficace via di comunicazione.
È come se gli artisti rifiutassero la definizione a priori del loro àmbito disciplinare e si muovessero liberamente fuori da confini, e diversamente a seconda dello specifico progetto di volta in volta in cantiere.
Si tratta di una precisa esigenza espressiva e di una prospettiva profondamente antiaccademica. Che però, a differenza degli anni delle avanguardie, trova rispondenza e sintonia nei bisogni comunicativi del pubblico.
E nel dettaglio dei progetti artistici, agli spazi e ai tempi — che sono le materie primissime di qualsiasi espressione — alla loro non-accettazione come dati, ma alla loro ridefinizione continua e concreta, è affidato il compito di rinnovare il mistero della trasformazione. Trasformazione dei linguaggi, dei modi espressivi, dunque trasformazione delle relazioni e della comunicazione fra gli individui.